Da una parte, algoritmi sempre più sofisticati ci forniscono ciò che vogliamo (anche quando non ne siamo coscienti). Il video giusto su Youtube, il contenuto giusto nella nostra echo-room su Facebook, la fotografia giusta su Instagram, che riuscirà a toccare il nostro bisogno emozionale e su cui ci soffermeremo qualche millisencondo in più e il micro content giusto su TikTok, che si tirerà dietro tutti gli altri simili a quello che, l’algoritmo ha capito, ci piace.
Dall’altra, l’appena trascorsa emergenza sanitaria, che ha lasciato il posto alla crisi economica. Prima non potevamo vederci per non infettarci, ora che lo potremmo fare, potrebbe costare troppo uscire, prendere l’auto e incontrarsi in qualche locale.
E quindi, ecco che cerchiamo il modo di star meglio, sfruttando tutta una nuova era di contenuti prodotti ad hoc, per generare e diffondere benessere mentale tra le persone, soprattutto tra i giovani della Gen Z.
Secondo una recente ricerca Ipsos realizzata per conto di YouTube, emerge che il 90% del campione intervistato ha guardato almeno un video che li abbia fatti sentire “altrove”.
In questo momento, i contenuti rilassanti e d’intrattenimento sono una delle forme più ricercate dagli utenti e sottovalutate dai produttori di contenuti.
Come conseguenza di ciò, il 69% del campione intervistato, sente di avere un legame affettivo nei confronti dei cosiddetti “comfort creators”, tornando più volte sui loro canali per ricercare novità o riguardare vecchi contenuti. Anche in questo caso, l’insistenza e la pervasività algoritmica gioca un ruolo non trascurabile.
Quindi, come possiamo riuscire a raggiungere questo pubblico?
In primis, sfruttando le dinamiche di personalizzazione algoritmica delle varie piattaforme. La verticalizzazione editoriale, la creazione di communities e il presidio di queste, l’impiego di formati creativi diversi, sulle diverse piattaforme e, infine, la dinamicità nell’intercettare i nuovi bisogni del nostro pubblico.
Ci avete provato? Aspetto le vostre riflessioni nei commenti
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